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S. Ermete

Estratto da “La pieve antica” di Ferruccio Martinelli

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La piccola costruzione, eretta sulla sommità di una sporgenza rocciosa, sovrasta e domina la caratteristica piazzetta che nulla tiene di interessante se non l’austero aspetto delle secolari case che ne fanno corona. Tipiche costruzioni rurali del XVII° secolo, esse si presentano con comodi porticati, piccoli cortili interni e rustiche balconate in legno recentemente sottoposti a restauro e restituiti, per quanto possibile, all’aspetto originario. Conserva tuttavia un suo particolare fascino che fa da degno contorno alla suggestiva facciata sud della chiesetta.


Il minuscolo tempio risulta essere la più antica espressione di edilizia sacra dell’intera Valsugana; qui ha inizio la parte più antica del borgo, da qui parte l’erta che porta alla venerabile antichissima pieve di S. Maria Assunta; lungo la strada e nei dintorni immediati le case sono ancorate alla roccia seguendone il leggero pendio, distese ed addossate le une alle altre in uno stupendo viluppo di forme e profili.


Quasi certamente è stata innalzata in epoca longobarda, al termine del lungo processo di evangelizzazione che si ritiene si sia sviluppato nella valle a partire dal III°-IV° secolo per opera di predicatori giunti dalla sede patriarcale di Aquileia attraverso il padovano ed il bellunese-feltrino, su una piccola radura ove in precedenza era venerata l’immagine di Diana, dea greco-romana protettrice della caccia e della pesca. A testimonianza di tale culto pagano rimane il prezioso reperto oggi collocato nell’aula del tempio, di fronte all’ingresso laterale; una stele di pietra che reca impressa un’epigrafe già ricordata da Michelangelo Mariani nella sua “Trento con il Sacro Concilio ed altri Notabili” (1673), da G.A. Montebello “Notizie storiche, topografiche e religiose della Valsugana e di Primiero” (1796), da Theodor Mommsen (1817-1903) al n° 5048 nel suo poderoso lavoro “Corpus inscriptionum latinarum”, e da numerosi altri studiosi di storia locale.


Sulla stele è stata redatta apposita scheda illustrativa che troviamo a lato.


La chiesetta è dedicata a S. Ermete, prefetto di Roma durante il pontificato di Alessandro I° (108-117 d.C.), dal quale fu convertito al cristianesimo insieme alla moglie, ai figli e ai suoi 1250 schiavi. Morì martire nel 115 d.C. durante la breve ma intensa persecuzione operata nel 112 d.C. da Traiano. La sorella Teodora provvide a dargli sepoltura nel cimitero di Bassilla sulla Via Salaria antica. Oltre a quella di Calceranica, unica in territorio trentino, il martire ha il titolo delle chiese di Anzio, Ischia di Castro, Blera e Aquapendente in provincia di Viterbo. Si presenta in una veste semplice ma suggestiva, a forma quadrangolare sulla quale svetta nelle sue linee essenziali proto-romaniche il bellissimo campanile di pietra. Il colpo d’occhio per chi si sofferma ad ammirarne i contorni dà l’immagine stessa della vetustà.


Non esistono fonti storiche precise circa l’epoca di costruzione del prezioso tempio; quello che si sa, analizzando documentazione e testi, e sulla base della millenaria tradizione, è che certamente fu tra le prime, se non la prima almeno in Valsugana, ad essere insignita del titolo di Pieve, organizzazione ecclesiastica periferica istituita dalla competente autorità romana ancora qualche secolo prima del Mille. Essa aveva lo scopo di fungere da punto di riferimento e di raccolta per le comunità del circondario: ad essa spettava il fonte battesimale e le celebrazioni liturgiche sotto la guida di un pievano direttamente nominato dal vescovo della diocesi competente (nel nostro caso la diocesi di Feltre). Esercitò tale funzione per pochi secoli, sicuramente solo fino al IX°-X°, quando fu eretta, sulla sommità della collina, una chiesa di maggiori dimensioni che ancora oggi è ricordata come “l’antica pieve”.


La sua struttura fisica unita alla configurazione perimetrale, portano ad assegnare alla costruzione una datazione che non può essere anteriore, per quanto antichissima, al VI°-VII° secolo, in coincidenza con il progredire dell’opera di conversione dei Longobardi al cristianesimo operata dalla regina Teodolinda; il campanile proto-romanico è stato aggiunto in tempi immediatamente successivi, in un periodo che si stima fra l’800 ed il Mille.


La prima restaurazione si deve ai signori di Caldonazzo, conti Trapp, e risale al 1512 come appare dalla iscrizione incisa sul portale maggiore della chiesa. Essa recita infatti: “Nell’anno del Signore 1512 fu restaurata questa chiesa dai nobili Trapp, signori di Beseno e Caldonazzo; Fabiano Rillos, capitano di Caldonazzo, comandò di annotare”


In quella occasione fu aggiunto il piccolo portico a protezione dell’ingresso laterale


Nel 1578 l’interno fu abbellito con due affreschi offerti rispettivamente dalla nobile famiglia Trapp (quello di destra, parte che anticamente veniva definita “in cornu Evangelii”) e dalla famiglia di Cristoforo della Bottega (quello di sinistra, parte che anticamente veniva definita “in cornu epistolae”). Raffigurano il primo la Madonna del Rosario fra i santi Rocco e Lorenzo, il secondo la SS.Trinità con S. Nicola ed un altro santo vescovo. Entrambi gli affreschi sono stati scoperti nel corso di lavori di restauro condotti nel 1883 e sottoposti ad un sapiente quanto delicato lavoro di recupero nel 1997 ad opera del laboratorio di Lilia Gianotti di Salorno; purtroppo l’iscrizione voluta dall’offerente “Cristoforo della Bottega f.f. 1578” è andata irrimediabilmente perduta.


Il progressivo deterioramento del manto di copertura finì inesorabilmente per causare pericolose infiltrazioni d’acqua a danno della volta; sul finire degli anni sessanta del secolo scorso è stato pertanto necessario intervenire anche internamente mediante il fissaggio di un tavolato: questo lavoro, purtroppo di pessima qualità, ha però comportato la completa copertura dell’affresco a forma circolare che abbelliva la volta e che raffigurava, se ben ricordo, degli angeli festanti. Certamente l’opera non possedeva requisiti artistici e storici tali da dover essere preservata alle future generazioni, e questo forse è stato il motivo che ha indotto gli organi provinciali competenti ad procedere in quel modo; fatto sta che oltre a non essere più visibile, forse ora è anche in gran parte disgregata.


Sulle pareti perimetrali, come ci ricorda con amarezza don Daniele Martinelli nelle sue memorie, dovevano esserci affreschi, cancellati da operazioni di disinfestazione adottate a seguito dei periodici eventi pestilenziali accaduti nei secoli, l’ultimo dei quali nel 1630, terribile per diffusione e conseguenze come documentato dal Manzoni nei Promessi Sposi.



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