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Prima della fatidica data del 15 maggio 1916 non fu concesso alla batteria di sparare nemmeno un singolo colpo d’aggiustamento, per non svelare il pezzo agli osservatori italiani di Cima Manderiolo. Grande attenzione venne anzi posta nel realizzare adeguati mascheramenti della postazione, con reti mimetiche e rami d’abete periodicamente rinnovati. Furono attentamente studiate le tavole di tiro e la cartografia dell’area per calcolare con sufficiente precisione un’attività di fuoco il più immediatamente efficace possibile. Asiago distava poco più di 24 km in linea d’aria, ma subito dinnanzi alla batteria si innalzava la porzione più occidentale della catena di Cima Dodici, ciglio settentrionale dell’Altopiano. Per la regolazione del tiro venne quindi perfezionata una forma di collaborazione accordo, assolutamente innovativa per il fronte trentino, con una squadriglia dell’aviazione imperiale dislocata all’aeroporto del Cirè di Pergine: un aereo biposto da ricognizione Lohner C1 sarebbe stato appositamente distaccato per verificare in tempo reale i siti di caduta dei colpi e comunicare, via radio o eventualmente mediante messaggi scritti e lanciati sulla batteria, le opportune correzioni.



Il mese di aprile si concluse tranquillamente per la batteria “navale”. Nemmeno la disperata necessità d’appoggio d’artiglieria durante le violente battaglie di metà aprile in Valsugana, tra le pendici del Panarotta e quelle del Pizzo di Levico, convinse il comando dell’11ª armata austriaca ad utilizzare, se non altro per il tiro sulle retrovie italiane tra Borgo e Grigno, il fuoco di “Georg”. Proprio in quel periodo, in compenso, per il tramite dell’Hauptmann (capitano) Oswald Sailer comandante interinale, venne inoltrata all’amministrazione militare centrale la richiesta di poter disporre a breve di un distintivo da berretto, opportunamente personalizzato, per il personale della batteria. Era un classico “Kappenabzeichen”, simile a quelli che molte altre unità militari più o meno importanti avevano ed avrebbero ottenuto nel corso della guerra. Lo stesso ufficiale si era incaricato dell’elaborazione grafica del soggetto, immediatamente approvato. Entro poche settimane il fregio divenne disponibile, sia pure in quantità assai limitata (ne vennero prodotti meno di 200 esemplari), e venne distribuito a soldati ed ufficiali che se ne volessero fregiare. Si trattava di un distintivo di forma rotonda, del diametro di 4 cm e dello spessore di 1 mm; vi era rappresentato un San Giorgio guerriero, munito d’armatura e lancia ed intento a calpestare un drago, affiancato dall’immagine del cannone navale sullo sfondo di un riconoscibilissimo Pizzo di Levico. Uniche scritte: “Batterie Georg” e la data “1916”.


Fig.5  Il raro Kappenabzeichen della batteria - Georg -, distribuito nella primavera del 1916. (Foto: coll. privata)

Fig.5 Il raro Kappenabzeichen della batteria “Georg”, distribuito nella primavera del 1916. (Foto: coll. privata)



Il giorno cruciale finalmente arrivò a metà maggio. Il giornalista vicentino Giuseppe De Mori tratteggiò all’epoca in modo estremamente vivido ed efficace l’esordio dell’offensiva, marcato dal fuoco tambureggiante delle artiglierie: “Un boato sinistro scosse i monti nel pomeriggio del 14 maggio, divenne più frequente e più veemente durante la notte, infocando le cime, ruppe in uragano il mattino del 15. Da Rovereto a Borgo, dall’Adige al Brenta, ma soprattutto fra la Posina e l’Astico s’era scatenata la battaglia.(…) ”
Verso le 7,15 del mattino del 15 maggio anche “Georg” fu autorizzato a far sentire la sua tonante voce da un ordine secco del capitano Sailer. Il boato del colpo in partenza si era ormai perso nella nebbiosa atmosfera lacustre da più di 30 secondi quando una colossale esplosione si verificò poco a nord del duomo di Asiago, risvegliando la cittadina e gettando nel panico la popolazione civile tutt’altro che preparata ai bombardamenti. Pochi minuti dopo, caricamento e puntamento non richiedevano normalmente più di un quarto d’ora, un secondo proietto piombò nello slargo ancor oggi conosciuto come piazzetta Pertile, demolendo un paio d’abitazioni e provocando due morti (una madre col suo bambino) oltre ad una dozzina di feriti. Il biplano austriaco da ricognizione che dalle 7,00 volava in cerchio sulla cittadina ebbe pieno agio di effettuare indisturbato le opportune rilevazioni sui luoghi di caduta dei colpi e di trasmettere via radio i relativi dati per l’aggiustamento del tiro.


Fig.6  15 maggio 1916: Georg è pronto ad aprire il fuoco. (Foto: coll. privata)

Fig.6 15 maggio 1916: Georg è pronto ad aprire il fuoco. (Foto: coll. privata)



Qualche ora più tardi, alle 10.00 e verso le 11.00, “Georg” sparò su Asiago altre due volte appiccando il fuoco alle parti lignee di alcune case e provocando la fuga spontanea di buona parte della popolazione della cittadina, anche in assenza di specifiche ordinanze militari, nel primo pomeriggio: il caos auspicato dagli strateghi imperiali si era effettivamente manifestato, a sconvolgere la tranquilla vita dei comandi di retrovia e di quello, importantissimo, della 34ª divisione. La frettolosa e concitata evacuazione, che portò molte famiglie ad ammassarsi provvisoriamente nei vicini paesi di Lusiana e Gallio, impedì di circoscrivere i modesti focolai, che continuarono ad alimentarsi anche a causa della impreparazione, della disorganizzazione e della noncuranza inizialmente dimostrate dai servizi antincendio militari. Tre giorni più tardi, da questi roghi circoscritti ebbe origine un rovinoso incendio che alla sera del 18 maggio trasformò Asiago in un grande braciere.
La sera del 18 maggio, nel giro di un’ora, “Georg” sparò altri quattro colpi che caddero sul paese di Gallio tra le 18,45 e le 19,30. Il primo proietto cadde a circa 100 mt dalla chiesa, causando il crollo di parte del soffitto e danneggiando il tetto oltre a mandare i frantumi buona parte delle vetrate. Il tiro del “cannone n° 1” proseguì nei giorni successivi, fino al 22 maggio, su bersagli individuati dalla ricognizione aerea nelle retrovie italiane attorno ad Asiago, Fondi, Gallio e Camporovere. Secondo alcune fonti i proiettili complessivamente sparati furono solamente 18, ma la versione più attendibile parla di un totale di 122 colpi ad una distanza media di 25 km: quest’ultimo dato sarebbe compatibile con una cadenza di tiro giornaliera di poco più di 15 colpi, ossia uno ogni quaranta minuti nelle dieci ore di luce. Certo è che non tutti i colpi esplosero: almeno uno, affondato nel terreno molle, fu recuperato intatto in Asiago ed è ancora oggi esposto presso l’ossario monumentale.


Fig.7  Il proietto inesploso, pesante oltre 7 quintali, recuperato presso Asiago ed attualmente esposto all’ossario monumentale. (Foto: coll. privata)

Fig.7 Il proietto inesploso, pesante oltre 7 quintali, recuperato presso Asiago ed attualmente esposto all’ossario monumentale. (Foto: coll. privata)



Altrettanto certo è che il numero di colpi sparati fu sufficiente a determinare una seria usura della bocca da fuoco ed una importante deformazione della volata, al punto che negli ultimi giorni lo scostamento del tiro dagli obiettivi presi di mira divenne così rilevante da far disporre il ritiro del pezzo dal fronte ed il suo ritorno agli stabilimenti Skoda per la ritubatura...
Il giorno 23 maggio iniziò lo smontaggio di “Georg” ed il caricamento delle sue parti sul convoglio ferroviario che il 30 maggio lo riportò a Pilsen.
La sua non eccessivamente intensa attività aveva comunque lasciato il segno: gli italiani, informati della esistenza di questo cannone da disertori e prigionieri, nonché dagli effetti devastanti dei suoi proiettili, iniziarono a chiamarlo “il lungo Giorgio”, anche se neppure durante la sua presenza al fronte quest’arma ricevette mai, da parte austriaca, una denominazione ufficiale, seppure di copertura.
Lo scopo principale dell’impiego di un’artiglieria siffatta, disarticolare la catena di comando italiana sull’Altopiano gettando nel panico e nel disordine il comando della 34ª divisione in Asiago, non venne conseguito per una semplice ragione temporale: lo sfasamento tra l’entrata in azione di “Georg” e l’inizio dell’attacco asburgico sulla piana di Vezzena tra pendìo dei Marcai e Costesin.
Il 20 maggio, quando l’offensiva imperiale finalmente scattò anche qui(5), il caos ed il disorientamento, che cinque giorni prima i ben centrati proiettili sparati da “Georg” avevano effettivamente creato in Asiago e presso il comando della 34ª divisione, erano ormai abbondantemente superati. Comandante e Stato maggiore della divisione si erano spostati in zona protetta e la rete di inoltro degli ordini era tornata a funzionare a pieno regime, riportando alla normalità la gestione tattica e strategica del settore.




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(5) La prima fase dell’offensiva, 15-20 maggio, aveva interessato principalmente il settore tra Val d’Adige e Altopiano di Lavarone-Folgaria nonché, con modeste azioni essenzialmente dimostrative, la Valsugana. Solo in un secondo tempo, a partire dal 20 maggio, l’attaccò si estese al settore di Vezzena, verso Asiago ed oltre.

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