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“LANGE GEORG”, OVVERO IL “CANNONISSIMO” DI CALCERANICA: UN’ARTIGLIERIA NAVALE “DA MONTAGNA”
Articolo redatto dal dott. Luca Girotto
 

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Premessa


Nel corso della guerra italo-austriaca del 1915-1918 ben pochi pezzi d’artiglieria raggiunsero, a fronte di una così breve permanenza sul teatro di battaglia, la notorietà del grande cannone da marina schierato per qualche settimana dall’Austria-Ungheria sulla modesta penisola che, di fronte al villaggio di Calceranica, si stende in direzione nord-est nel lago di Caldonazzo.
A tutti, o quasi, gli abitanti della zona è bensì nota la presenza del cannone suddetto, variamente indicato dalla vox populi nel corso degli anni come “il Giorgetto”, “il San Giorgio” o “il lungo Giorgio”. Sicuramente meno nota è la storia delle vicende che portarono alla nascita di quest’arma, alla sua dislocazione transitoria in quel di Calceranica, alla sua entrata in azione ed al suo destino finale.



La comparsa di quest’arma e la sua adozione da parte dell’esercito della monarchia danubiana sono strettamente legate alle vicende a carattere economico ed industriale che coinvolsero la marina austroungarica nel lustro antecedente lo scoppio della grande guerra. Nel marzo del 1911, infatti, venne approvato da Vienna lo stanziamento di ingenti fondi destinati a permettere la realizzazione di una serie di nuove navi per la marina da guerra asburgica; il programma cantieristico prevedeva tra l’altro la costruzione di quattro nuove corazzate classe “Tegetthoff” che avrebbero dovuto affiancare le preesistenti navi da battaglia classe “Viribus Unitis” e le più vecchie “Monarch”. L’ingente spesa era appena stata stanziata quando negli ambienti della marineria austroungherese iniziò a farsi strada l’idea di una nuova classe di corazzate: da non molto infatti “Die Flagge”, il mensile del club nautico austriaco, o lega navale d’Austria (Oesterreichischer Flottenverein), aveva sostenuto che –“ …la classe Monarch deve essere sostituita…”- Per questo motivo, questa nuova progettata classe di corazzate venne spesso indicata come “classe Monarch sostitutiva”, anche se nei documenti ufficiali ci si riferisce ad essa come alla “classe Tegetthoff aggiornata”. La travagliata vicenda amministrativa destinata al reperimento degli ingenti fondi destinati alla costruzione delle nuove quattro corazzate portò nel 1913 alle dimissioni del 76enne comandante in capo della marina da guerra imperiale, ammiraglio Rodolfo conte di Montecuccoli. Lo sostituì il 62enne vice-ammiraglio Anton Haus, il quale alla fine di maggio del 1914 riuscì sorprendentemente ad ottenere un nuovo stanziamento provvisionale ripartito nei bilanci dal 1914 al 1918 per l’incredibile somma di quasi 427 milioni di corone-oro, equivalenti ad 1,8 miliardi di euri attuali. Il finanziamento prevedeva di poter coprire le spese di costruzione delle quattro nuove corazzate, di tre incrociatori e di sei cacciatorpediniere. Le quattro navi da battaglia erano provvisoriamente indicate con i numeri romani VIII, IX, X ed XI; per il loro armamento principale si optò per l’adozione di 10 cannoni Skoda 35/45 (dove 35 indicava il calibro in cm ed il secondo numero si riferiva al numero di volte per il quale era necessario moltiplicare il calibro per ottenere la lunghezza complessiva della volata 1 dell’arma). Il calibro delle armi era quello adottato dai nuovi incrociatori da battaglia germanici classe Mackensen, allo scopo di uniformare per quanto possibile il munizionamento tra alleati e facilitarne quindi l’approvvigionamento.
Alla fine del giugno 1914, appurata la effettiva disponibilità economica, venne finalmente dato il nulla-osta per iniziare la costruzione delle navi VIII e IX, la prima nei cantieri di Trieste e la seconda in quelli di Fiume. Ma proprio in quei giorni intervenne l’attentato di Sarajevo, con il conseguente ultimatum dell’Austria-Ungheria alla Serbia; il complesso intreccio di alleanze militari tra le potenze europee impedì di circoscrivere il conflitto all’ambito austro-serbo e la catena di reciproche dichiarazioni di guerra sfociò in un conflitto mondiale. Secondo i piani austriaci di mobilitazione, tutte le navi in costruzione che fossero in grado di navigare avrebbero dovuto essere indirizzate a Pola per il completamento, mentre non si sarebbero dovute avviare nuove realizzazioni. Poiché la maggioranza dei lavoratori specializzati dei cantieri navali erano, o sarebbero, stati richiamati sotto le armi, il comando della marina imperiale, in un incontro tenutosi nel febbraio 1915 con il consiglio dei ministri austroungherese, evidenziò l’opportunità di non utilizzare il finanziamento già disponibile ma di congelarlo fino alla fine del conflitto, quando un nuovo ed aggiornato piano di costruzioni avrebbe potuto essere presentato.



Subito prima dello scoppio effettivo del conflitto, il 24 luglio 1914, era pervenuto agli stabilimenti della famosa ditta cecoslovacca Skoda (“Waffenfabrik der Skodawerke AG”) il contratto ordinativo per il primo lotto di artiglierie destinati alla nuova classe di corazzate: dieci cannoni ed una canna di riserva per la prima unità. I lavori procedettero speditamente, tanto che già il 22 novembre 1914 fu possibile collaudare una prima arma sperimentale presso il poligono d’artiglieria della Skoda a Bolewetz. Il 28 maggio 1915 la Skoda segnalò che il cannone n° 1, con il suo affusto a culla, era pronto. Ma tutti i programmi costruttivi relativi alle nuove navi da battaglia “classe Tegetthoff aggiornata” erano già stati sospesi e non esistevano quindi scafi sui quali montare la nuova arma. Si trattava peraltro di un’arma importante, di un’artiglieria di grande potenza, per la quale apparve assolutamente indispensabile pensare ad una razionale riconversione. Nell’estate del 1915 il Comando supremo, attraverso la direzione centrale d’artiglieria, adivenne quindi alla decisione di dare in dotazione all’esercito, anziché alla marina imperialregia, tutti gli esemplari che la Skoda avrebbe consegnato man mano che provvedeva ad evadere quell’avventata prima ed unica commessa.



Il pezzo d’artiglieria venne da allora in poi indicato presso l’esercito imperiale come “Langrohrkanone 35cm L45 (cannone prolungato 35/45). Le caratteristiche dell’arma erano strettamente legate all’impiego marittimo per il quale essa era stata inizialmente progettata: il proietto, del diametro basale di 350 mm con un’altezza superiore a 1,6 mt, pesava circa 710 chilogrammi (la versione iniziale, utilizzata in poligono, “solamente” 635!); la carica di lancio era costituita da 193 kg di esplosivo, contenuti in un bossolo d’ottone alto 1,4 metri, che al momento dello sparo sviluppavano una pressione di oltre 2800 atmosfere imprimendo al proietto una velocità alla bocca compresa tra 770 e 820 metri al secondo.
La potente carica di lancio, unitamente alla notevole lunghezza della canna, 15,75 mt, caratteristica delle grosse artiglierie navali, permettevano al cannone di raggiungere la considerevole gittata di 31,500 chilometri con tiro cosiddetto“marittimo”(2). La gittata minima era invece di circa 15,800 km. Il peso della canna e della culla era di oltre 74 tonnellate.
Il precedentemente non previsto impiego terrestre rese necessario studiare e predisporre uno specifico modello d’affusto, una pesantissima piattaforma metallica snodata a cassone, trasportabile per via ferroviaria e assemblabile sul luogo della messa in batteria previo adeguato profondo sbancamento. Quest’affusto, grazie allo scavo preliminare, avrebbe permesso alla culatta(3) di affondare al di sotto del livello del terreno circostante consentendo di variare l’inclinazione della volata tra 20° e 40°, modificando così la gittata. Lo snodo della piattaforma metallica consentiva inoltre un brandeggio in lateralità di 30° per ciascun lato. Una potente gru di servizio, a “U” rovesciata, motorizzata e scorrevole su binari di tipo ferroviario paralleli alla piattaforma, permetteva il sollevamento e l’incavalcamento della bocca da fuoco sugli orecchioni dell’affusto.



Il 9 marzo del 1916 anche il cannone n° 2 fu collaudato a Bolewetz., ma nel frattempo era stato deciso di schierare il già disponibile pezzo n°1 sul fronte italiano, in previsione della grande offensiva predisposta per la primavera del 1916 nel Tirolo meridionale. A fine marzo, da Bolewetz l’arma n° 1 venne avviata al fronte sud con un treno militare sul quale trovava posto anche il primo esemplare di obice pesante da montagna 38 cm Haubitze M.16. Assieme a tale pezzo, denominato “Barbara” dal nome della santa patrona degli artiglieri, il Langrohrkanone 35 cm L45 (mai ufficialmente battezzato ma già scherzosamente indicato come “Georg”) era destinato a formare una cosiddetta “batteria mista”. Una sosta di qualche giorno presso il poligono d’artiglieria ungherese di Hajmaskèr permise di collaudare ulteriormente le due armi: venne dimostrata in quell’occasione la possibilità, per il cannone navale, di raggiungere la sorprendente gittata di 35 km! L’incremento, intuito ed ipotizzato già in sede di riconversione del cannone in artiglieria terrestre mediante la realizzazione del nuovo affusto, trovava la sua spiegazione razionale nella nuova traiettoria cercata per il proietto. Non si trattava più di sparare da una nave contro un altro obiettivo posto sulla medesima superficie marina, fatto questo che obbligava il proietto a muoversi attraversando gli strati inferiori, più densi, dell’atmosfera. Il fuoco contro bersagli terrestri, posti a quote differenti e eventualmente schermati da barriere montuose o rilievi del terreno, richiedeva traiettorie paraboliche molto più arcuate, vicine a quelle degli obici, ottenibili con lo sfruttamento massimo delle possibilità offerte dal nuovo affusto. Il proietto veniva così lanciato a quote molto maggiori di quelle raggiunte nel tiro navale, superando nella parte intermedia del tragitto i 10.000 mt. Muovendosi nella stratosfera, esso attraversava strati a bassissima densità di gas, incontrando una resistenza d’attrito molto inferiore e raggiungendo conseguentemente gittate maggiori.



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(1) Volata: il termine indica la canna, in tutta la sua lunghezza, di un qualsiasi pezzo d’artiglieria.
(2) Effettuato “da nave contro nave”, sulla superficie piatta del mare e quindi seguendo una traiettoria relativamente tesa ed a bassa quota, attraversando gli strati atmosferici a maggiore densità.
(3) Culatta: era la parte posteriore dell’arma, dove avveniva l’inserimento del proiettile e del bossolo in ottone contenente la carica di lancio. Veniva chiusa mediante ’otturatore prima dello sparo.

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